Da qualche ora sto dando un’occhiata al nuovo sistema di micropagamenti “sociale” in questione, a primo avviso sembra un’idea molto interessante, ai limiti del rivoluzionario se non ci si dovesse confrontare con la mentalità nostrana del “pago-solo-se-gentilmente-invitato-da-persone-in-divisa”, ma andiamo per passi, perché l’argomento merita un’analisi leggermente più profonda.
Flattr è un sistema di micropagamenti la cui idea, per quanto dichiarato dagli ideatori, risale al lontano 2007, tra gli artefici del progetto c’è il co-fondatore di The Pirate Bay, Peter Sunde.
Si tratta di un’estensione dell’idea che c’è dietro al Like-button, reso popolare in Italia da Facebook, ma da tempo utilizzatissimo per conoscere, condividere e pubblicizzare in modo sociale le preferenze di un gruppo di utenti, vedasi ad esempio servizi come Digg e Reddit o come il più recente Tumblr. Tale sistema ha avuto un grosso successo perché fondamentalmente sfrutta la naturale tendenza degli utenti a condividere ed “autopubblicizzare” le proprie preferenze su qualsiasi tipo di informazione possa passare in rete, fenomeno sicuramente studiato dai tanti ricercatori della comunicazione (e quindi non da me) e sfruttato ampiamente per profilare l’utenza dei servizi per scopi pubblicitari e di marketing. Quindi da un lato l’utente finale che pubblicizza i propri gusti e ottiene delle informazioni riguardo i contenuti che potrebbero interessargli oppure che sono pubblicizzati a loro volta da altri utenti, dall’altro i gestori dei sistemi che raccolgono tali informazioni e le sfruttano per poter meglio indirizzare le campagne pubblicitarie degli inserzionisti.
Rimane da analizzare la posizione dell’altro attore in gioco in questo sistema: il produttore dei contenuti. Al giorno d’oggi, il sistema più utilizzato è il copyright, rendere norma di legge la retribuzione dell’autore per l’utilizzo o la riproduzione dei contenuti prodotti, però tale sistema ha come punto di sfavore la necessità di un’infrastruttura affidabile di controllo e di eventuale sanzione nel caso tali diritti non vengano adeguatamente retribuiti. Con la diffusione su larga scala di una rete di comunicazione e di scambio di informazioni qual’è internet, la possibilità di successo una così rigida forma di controllo è divenuta quantomeno improbabile, così dal sistema sopra descritto è stato estromesso il produttore dei contenuti, che non vede retribuito come vorrebbe il proprio contributo alla catena pur essendo l’anello fondamentale.
C’è da approfondire il “come vorrebbe” precedente: in realtà il problema non è la mancanza di remunerazione dei contenuti prodotti, ma quali sono i parametri che stabiliscono il livello di remunerazione. Vedi ad esempio siti con notizie di gossip o sportive, in contrapposizione ad esempio ai siti contenenti pubblicazioni di enti di ricerca. Il maggiore successo dei primi non deriva dalla qualità dell’informazione né dal lavoro svolto per produrla, ma dal tipo di informazione avente un ampio bacino di interesse. Da questo sistema escono penalizzati evidentemente i produttori di informazioni originali e di qualità.
Evidentemente a persone così attente alle questioni relative alla libertà (in senso alto) delle informazioni e al costo che tale libertà comporta non poteva sfuggire il problema, così si arriva a Flattr.
Come funziona il sistema: agli utenti viene richiesto il pagamento di una quota flat mensile che va dai 2€ in su, a questo punto l’utente ha a disposizione la possibilità di remunerare un’informazione semplicemente cliccando su un pulsante “Like” connesso all’account dell’autore. La quota mensile viene così suddivisa fra tutti i click effettuati dall’utente e distribuita agli account dei beneficiari. Un utente ha il duplice ruolo sia di “mecenate” che di autore, avendo la possibilità di segnalare i propri contenuti in attesa di finanziamento direttamente su Flattr oppure tramite plugin integrati per le varie piattaforme di blogging.
La natura flat della remunerazione comporta due effetti: il primo è ovvio: più un contenuto è votato, maggiori saranno le entrate. L’altro è sicuramente l’aspetto innovativo del sistema: a parità di plafond mensile, il click dato da un utente più parsimonioso nel concedere il proprio voto ha più valore del click di un utente che, al contrario, è di manica larga nel dare la propria preferenza. Ciò paradossalmente porta un maggiore valore economico a contenuti di più valore informativo ma meno popolari di altri, magari molto popolari, ma indirizzati ad un’utenza meno interessata e coinvolta.
Flattr quindi assume sia la funzione di collettore e distributore di denaro, sia la funzione di collettore e distributore di informazione. Quest’ultima viene proposta all’utente arricchita del valore dato dagli utenti stessi tramite i propri finanziamenti, insomma il denaro come indice del valore dell’informazione e come remunerazione della stessa, bello no?
Manca un’ultima considerazione personale relativamente alla possibile ‘efficacia di questo sistema nel panorama italiano: ci sarà credo da penare per inculcare nella testa dell’utente medio italiano il fatto che 2€ mensili (N.d.T.: cappuccino e cornetto) spesi per finanziare ed allo stesso tempo selezionare l’informazione circolante in rete siano un costo ampiamente sopportabile per un risultato così importante. Magari ci pensasse direttamente lo Stato ad una soluzione del genere, finanziando il costo di un simile servizio associandolo alle connessioni ad internet (altre tasse? booooooni, booooooni…) e rivedendo totalmente l’attuale sistema basato sul diritto d’autore (leggasi SIAE oppure la famigerata tassa sui supporti di memorizzazione) che impedisce una libera diffusione dell’informazione con l’unico risultato di incentivare la riproduzione e la diffusione illegale dei contenuti protetti, da cui deriva la totale mancanza di remunerazione di chi tali contenuti produce.







